Chi siamo

LA NOSTRA MISSION

Perché un museo della Festa?

L’idea ha cominciato a prendere forma un giorno in cui casualmente, se il caso esiste, ci siamo ritrovati, alcuni di noi professionisti, impegnati in ambiti completamente diversi della vita di questa città, materani da sempre, davanti ad una gola profonda di tufo, una delle tante che tarlano la roccia su cui i nostri padri da sempre vivono e lavorano. Parlando e seguendo i pensieri cosi come venivano, siamo arrivati a condividere il fascino esercitato su di noi dal folle e irragionevole finale del nostro giorno ‘più lungo’, della festa del 2 luglio. Un finale affascinante perché illogico, che rende per noi, e non più solo per noi, irresistibile questa festa. Nello ‘strazzo’ più che altrove si coagulano e palesano alcuni degli aspetti più caratteristici e profondi della spiritualità della nostra gente. Per i nostri nonni contadini, che avevano dovuto ‘lottare contro Dio’, come Giacobbe, per portare alle loro mogli ed ai loro figlioli il raccolto, sfiancandosi nei campi con i loro fedeli animali, arrivava finalmente, a luglio, il tempo della mietitura del grano: per un anno ancora il Signore era stato benevolo con loro, risparmiando grandinate, siccità, malattie. 

Da contadini, come i tanti, i tutti contadini del mondo, abbiamo incarnato nella storia la parabola evangelica del chicco di grano, che deve morire per poter generare nuova vita, deve figurativamente strappare il frutto della fatica dell’anno trascorso per far posto al nuovo raccolto…. E questa appunto è esperienza, è cultura contadina comune, niente di speciale. La unicità sta nella rappresentazione catartica, sublimata e trascesa che ne abbiamo fatto…questo è lo scheletro vero del carro trionfale, della festa del 2 luglio. Lo ‘strazzo’ è anche la cifra di un popolo che non si affeziona alla bellezza esteriore, ma bada invece all’essenziale, all’immutabile: lo sa riconoscere, lo sa distinguere e proteggere dal fatuo: in mesi e mesi il lavoro di pazienti artigiani, mette su un capolavoro di putti, vasi fioriti, santi, fregi, cornici, che ha il compito di trasportare il Sacro al suo posto … e poi distrugge quel capolavoro in pochi minuti. Senza ripensamenti, senza timori ma addirittura con gioia condivisa. Nei secoli i materani hanno coltivato quella bellezza, curando che i manufatti che adornano il carro trionfale siano bellissimi, ricchi, barocchi, perché devono essere adeguati alla funzione che assolvono, di veicolo del Trascendente, anche se il materiale di cui sono fatti, la cartapesta, tradisce le origini umili e povere delle mani che li hanno modellati.

 

 

Quei contadini che stanchi rientrano la sera nelle loro umide case, cercano di rendere quelle opere sempre più belle, di anno in anno, ma non ci si affezionano, non dimenticano che quella bellezza è effimera, non coincide e non compete con quella della Madonna, che su di esse si erge. La Madonna è la vera Essenza, cristalizza in sé la bellezza interiore, quella dei i valori accoglienti dell’umanità che riceve il divino e lo offre generosamente; il carro, una volta assolta la sua funzione di veicolo della Bellezza, non serve più, fino al prossimo anno…
Per una sorta di assuefazione percettiva, abbiamo per anni vissuto a Matera senza quasi renderci conto di quanta cultura, quanta bellezza, quanta umanità racchiudesse nelle sue case, nelle sue chiese, nelle sue tradizioni, nei suoi cibi, nella saggezza dei nostri nonni e dei nostri padri. L’interesse crescente per questa città da parte di chi, nato in altri luoghi, questa città non l’ha vissuta, risveglia ora più che mai, la nostra voglia di spalancare le porte delle nostre case, di farne vedere ogni angolo recondito, ogni bellezza nascosta, di raccontarne i segreti e le meraviglie, di raccontarne a tutti, orgogliosi, il suo passato.
Con questo spirito abbiamo pensato che raccontare la Festa della Bruna è raccontare ai materani e a i nostri ospiti, l’essenza della materanità, è riconnettere le generazioni più giovani alla festa patronale non solo come show di un vuoto rituale, ma come luogo di autentica religiosità che si intreccia indissolubilmente e laicamente alle sue profonde e nobili radici contadine.

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